Skip to content

Cronaca di una morte annunciata: Edizione Colloquio

Fresco fresco di un seminario di formazione sul tema dell’etica e deontologia nell’ambito professionale, ho preso maggiore consapevolezza di quanto sia faticoso muoversi nelle esperienze cariche di ambiguità, ambivalenza, e incertezza proprie della psicologia clinica.
E per quanto riguarda la psicologia del lavoro come siamo messi? Ad esempio: nella ricerca e selezione del personale?

Una risposta, forse, sembra essere arrivata da un’utente incontrata da poco presso il Servizio di Politiche Attive di lavoro per il quale opero. Ho deciso, quindi, di provare a narrare questa esperienza, provando a soffermarmi sul tema etico, professionale e sulle responsabilità di chi conduce un colloquio.

La situazione

Anita (nome di fantasia) è alla ricerca di lavoro sul territorio di Piacenza. La incontro verso la fine del 2023 e impostiamo insieme una strategia di ricerca attiva incentrata sulla figura di impiegata contabile-amministrativa. Anita è in Italia dal 2019, ha 23 anni e origini ucraine. Sin dai primi incontri ho avuto l’impressione di una ragazza sveglia e abbastanza avvezza agli strumenti digitali, capace di coltivare con autonomia i propri interessi e stabilire obiettivi. A giugno dell’anno scorso si diploma in ragioneria attraverso i corsi serali, per poi rivolgersi ai canali strutturati per valutare le offerte di lavoro.
Oggi Anita si sta candidando e proponendo in modo proattivo sul mercato del lavoro piacentino. Al nostro ultimo incontro, mi comunica di aver svolto due colloqui di recente, due esperienze accomunate da un senso di ambiguità, poca chiarezza comunicativa e sconfinamento.
Rimango perplesso mentre ascolto il suo racconto. In parte, nel mio ruolo, rappresento un sistema di orientamento ed accompagnamento al lavoro che sento ingenuo e inadeguato. Ascolto le sue domande, e dentro di me provo imbarazzo, non so se sia il suo, o quello di chi l’ha intervistata … vediamo un po’.

1) Ti hanno più fatto sapere?

Anita mi racconta di un’intervista durata 10 minuti. Non scherzo, forse saranno stati 15, mi racconta. Le domande sono state incentrate sulla sua esperienza e sulle sue competenze, sul percorso di studi presso il corso serale e si conclude con un complimento sulla sua padronanza della lingua italiana. Da quest’ultimo commento, racconta Anita, lei intuisce che non la richiameranno, anche se la conversazione sembra essere andata bene.
Dopo una settimana non riceve alcuna notizia e decide di richiamare per chiedere un feedback. Le viene detto che il proprietario non è in ufficio, ma che la richiamerà.
Timidamente le domando ciò che già so: ti hanno più fatto sapere?
Certo che no! Mi dice.

2) Cosa ne pensi della guerra?

Pochi giorni dopo la precedente esperienza di colloquio, Anita si candida ad un annuncio online per una posizione di segretariato e front office. Viene contattata telefonicamente dalla professionista, unica conduttrice dell’attività. Le sue origini sembrano attrarre la sua intervistatrice che, in sede di telefonata-colloquio inizia a domandarle cosa ne pensa della guerra che si sta svolgendo nel suo Paese, cosa ne pensa di Putin e della sua politica, se ha parenti qui in Italia e come vive la sua esperienza di essere qui, mentre ha conoscenti e parenti in Ucraina. Rimango senza parole.
Anita mi dice che anche lei sul momento è rimasta spiazzata, ma per non attrarre antipatie, o dare un’impressione negativa, risponde malvolentieri a quelle domande che nulla centrano con la posizione. Mi racconta di essersi sentita a disagio da quel momento in poi.
Al termine della telefonata le viene detto che ha superato il colloquio, scoprendo in quel momento che quella conversazione, di fatti, era proprio “Il Colloquio”. Mi racconta che la professionista l’avrebbe aspettata il giorno successivo per mostrarle il lavoro, e che ci sarebbe voluta una settimana per formarla e insegnarle a fare quello che faceva lei aggiungendo che, dopo questa settimana, le avrebbe fatto una proposta di tirocinio.
Dopo una settimana di prova, per 6 ore al giorno, non retribuite, la proposta è stata quella di un rapporto formativo, a 450 euro/mese (minimo Regionale). L’attività prevista era a tempo pieno.

Considerazioni di un rompiballe

Le domande che sorgono spontanee avendo ascoltato il racconto di Anita: Come vigilare sulle dinamiche di colloquio di lavoro? Come poter trovare sostegno, e avere fiducia, in questi contesti lavorativi?

Proviamo a basarci sui casi specifici riportati dall’utente:

1) La prima esperienza non è nuova, né rara. Il feedback non dato, neppure a seguito di una sollecitazione, è qualcosa che ci si può trovare ad affrontare in un percorso di selezione. Ciò non significa che sia giustificato in qualche modo.
Dare un riscontro è una responsabilità di chi partecipa al colloquio, sia in veste di intervistatore, che di candidato. Il rischio che nasce da una situazione poco chiara e ambigua è quello di completare le informazioni mancanti con qualcos’altro, un qualcosa che pesca inevitabilmente dalla nostra esperienza passata o dalle nostre credenze e convinzioni, già consolidate. Questo qualcos’altro non aggiunge nulla a ciò che già pensiamo e crediamo, non comporta novità, differenziazione o nutrimento. In qualche modo ci isola nelle nostre interpretazioni e ci espone a qualcosa di simile a un’esperienza di solitudine, ma nel mondo del lavoro.

2) Nel secondo colloquio non saprei davvero da dove partire: mi sembra davvero tutto meno che rispettoso e dignitoso come incontro.
Se questa mia analisi apparirà moralista, che sia; ma sono convinto fermamente che esista un confine etico che gli addetti ai lavori non possono superare. Le domande poste ad Anita sono inerenti a considerazioni soggettive circa la vita privata, il credo politico e sociale, elementi che non valorizzano per niente l’oggetto della valutazione: esperienza e competenze. Sembra esserci un problema con il setting del colloquio, un elemento fondamentale per il contesto e la relazione di incontro. La dinamica di potere sembra asimmetrica e pendente verso chi intervista, che può permettersi di sconfinare e non vedere la persona dietro alla candidata. Non mi stupisco, alla luce di ciò, che ad Anita venga proposto un primo rapporto lavorativo senza regolare contratto (“per fare una prova”) e un rapporto di lavoro di tirocinio per nulla commisurato all’impegno e all’attività richiesta considerando, inoltre, che mancherebbe la figura di referente formativo (o tutor), avendo la professionista un ruolo e mansione totalmente diversa da quella di segretaria e front office. L’intenzione mi sembra (qui però interpreto e, dunque, mi affido alle mie fantasie) più legata al puntare al risparmio.
In questo colloquio, mentre ascolto Anita e ripercorro gli eventi, avverto la poca dignità e il sentirmi piccolo di fronte a queste dinamiche di potere.

Conclusioni: ogni esperienza può essere un'occasione per "portarsi via qualcosa di positivo"

Qui occorre fare riferimento al titolo scelto per questo articolo, in parte un omaggio a uno dei miei scrittori preferiti, in parte legato al significato della frase nel senso più comune: alcune volte ci sono esperienze che già ti fanno presagire come andrà a finire e, generalmente, non si tratta di una bella fine. Come quella consapevolezza, a posteriori, che, beh, qualche segnale c’era già.

Quali segnali, dunque, dall’esperienza di Anita?

I colloqui di lavoro rappresentano importanti momenti in cui raccogliere informazioni, in cui sentire ciò che proviamo e in cui fare esperienza sulla propria pelle della realtà in cui dovremmo vivere. Sono vere e proprie premesse e, come tali, vanno rispettate. Sentirsi esposti alla solitudine, a dinamiche di potere, sentirsi privati di dignità, sono tutti segnali che indicano come quel luogo di lavoro comporti più rischi che benefici.
In questi casi, dire di “No” è tutelante.
In questi casi, è utile ricordarsi che l’intervista non è solo un contesto in cui si è valutati, ma in cui valutare. Valutare la propria esperienza, non l’altro; come mi sento / mi sono sentito. Valutare se sono disposto/a a sentirmi così altri 5 o 6 giorni a settimana, per 4 o per 8 o più ore, per mesi e anni. Soppesarlo con le proprie necessità, sacrosante, ma che siano scelte che prendano in considerazione il proprio vissuto emotivo, per provare a evitare quel “già dal colloquio qualcosa non andava“.
Può capitare, ma a quel punto la fatica diventa poi il sapersi perdonare di aver fatto una scelta con conseguenze spiacevoli, e il provare a non sobbarcarsi tutta la responsabilità e la colpa per non aver dato retta a quei segnali.

Cosa rimane agli addetti ai lavori?

Se ti occupi di Selezione del personale, non è mia intenzione fare la morale. Piuttosto, il mio desiderio è riportare il vissuto di chi vive dall’altra parte, mettere in luce l’importanza dell’esperienza del candidato nel processo di selezione e creare consapevolezza su come, già dal colloquio di selezione, l’azienda comunichi qualcosa di sé, del campo e dell’ambiente che si respira al suo interno.
Il colloquio di lavoro non è un evento isolato. Non è un momento fuori dallo spazio e dal tempo, ha delle conseguenze sulle dinamiche di ricerca e selezione dei candidati. Il colloquio di lavoro può essere un’esperienza stressante.
Il colloquio di lavoro è uno spazio in cui la cura dovrebbe essere un elemento fondamentale.
Il colloquio di lavoro non è l’anticamera dell’azienda, è già l’azienda.

Panoramica privacy

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione e analitici anche di terze parti. Per saperne di più clicca qui.