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Io (R)Esisto: un laboratorio Psicoeducativo

Resoconto dell'esperienza laboratoriale condotta in un liceo cittadino insieme alla collega Martina Corvi di Studio Teseo. In questo articolo riporto temi emersi e le nostre sensazioni.

Il progetto “Io (R)Esisto” si è posto l’obiettivo di edificare uno spazio di ascolto e non valutazione dei vissuti e delle esperienze dei giovani studenti piacentini. Il tema o meglio, la traccia di riflessione, proposta ad un totale di 5 classi terze di un liceo cittadino – circa 100 alunni di età compresa tra i 16 e i 17 anni – è stata quella di riflettere sulle nuove forme di benessere per gli adolescenti. Il laboratorio di 4 ore ha visto i partecipanti esprimersi sia verbalmente che in modo artistica e creativo, lavorando su emozioni, sensazioni ed esperienze differenti.
Il nostro tentativo, come psicologi e terapeuti impegnati con pazienti di questa fascia di età, è stato quello di provare a valorizzare quello che c’è: le risorse che oggi i ragazzi percepiscono, le possibilità e il desiderio di esserci ed esistere, piuttosto che focalizzarci su ciò che viene percepito come mancante.
Attraverso la metafora del muro come spazio di lavoro, gli alunni hanno potuto sperimentarsi creativamente su cartelloni 50*70, scegliendo tra il differente materiale a disposizione ciò che più si avvicinava a ciò che volevano esprimere.

Titoli dei cartelloni

Amici più stretti – Liberati! – Take my breath away – Spegnete Insta e baciatevi! – Felicità nonostante tutto – Sembra il Venezuela – Fiamma – Chill – Il nostro Io – Smile1 (matita) – Smile2 (puzzle) – Le parole in adolescenza – Fluorescent Adolescent – Un filo di taboo – La musica della vita – Gioia vs stress – Air – “?” – 4L (for life) – A cloud full of rain – L’universo delle parole non dette – Una società (s)corretta – Lascia andare – La creazione – Verde – Un’esplosione di emozioni – Il domani – Metà tà fisica

Contenuti e Temi emersi

Il continuum tra superficie e profondità: processo trasversale allo stesso intervento, pensato come 4 ore di attività potenzialmente di svago, ma anche di lavoro sulle proprie consapevolezze ed emozioni. Nell’esperienza adolescenziale sembra emergere una differenza tra ciò che c’è in superficie (svago, distrazione, canzoni, viaggi, tempo libero, ecc … ) e ciò che si trova in profondità (emotività e vissuti più faticosi da sostenere, come rabbia, paure e ansie … ). Questa è la prima tematica che ci ha colpiti nel lavoro con le classi. Tutti i gruppi di lavoro hanno fatto emergere, con competenze, modalità e strumenti differenti, un movimento lungo due polarità in cui la superficie sembra essere più semplice da mostrare, più accessibile all’altro, mentre i vissuti più profondi (emotività, fatica esistenziale, frustrazione, dolore …) sembrano avere meno sostegno e spazio per poter emergere, essere espressi o trovare un adeguato contenitore.

La competenza e il benessere si trovano nella leggerezza e spensieratezza propria dello stare insieme anche senza doversi addentrare nell’intimità e farsi inghiottire da ciò che si trova in profondità. Una metafora che mi viene in mente di fronte a questo spettacolo è quella degli insetti pattinatori: gli animali che sanno “camminare” sull’acqua sfruttando la tensione superficiale senza, appunto, affondare.

Stare nell’Energia e nel Caos: Le immagini che si susseguono e si alternano nella mia mente sono quelle del fuoco, dell’energia vulcanica, creativa e festaiola propria di una sagra in cui tutto il paese è addobbato per la celebrazione della ricorrenza in cui è possibile apprezzare tutta la ricchezza delle usanze e tradizioni condivise (sub-culture giovanili, musica trap – indie – alternativa, le icone e gli influencer seguiti). Allo stesso tempo, partecipare a questa quotidianità necessita di una quantità di energia che non è scontataEsserci pienamente può diventare fonte di fatica (anche dalla prospettiva dell’adulto di fronte all’adolescente – sia io che la collega a volte siamo usciti stremati da questi incontri), mentre la festa di paese può portare a sperimentare confusione e disorientamento, a perdere il senso di ciò che si sta facendo e a sentirsi soffocati dalla folla. Può capitare di sentire il bisogno di trovare una posizione sopraelevata per riprendere fiato e dare uno sguardo alla situazione dall’alto.

L’energia, la voglia di fare e di creare, rappresentano le risorse che gli adolescenti oggi hanno per far fronte alla loro esperienza e resistere di fatto a ciò che il più delle volte si presenta come la sfida quotidiana che nasce tra me e il mondo (es: gruppo classe Vs insegnanti).

Lo spazio: emerge, tra le parole e i contenuti creati dai partecipanti, la necessità, la voglia e il desiderio di respirarevolare, non andare giù (“no bad vibes”). I desideri sembrano associati in particolare allo stress dovuto dalla quotidianità scolastica, dalle valutazioni costanti, dai risultati e la performance. In questo scenario il presente sembra schiacciato, bidimensionale per necessità, perché di spazio per altro non ce n’è. Sembra che manchi lo spazio per confrontarsi con l’altro, per spiegarsi e per scontrarsi. Sento che la possibilità di espressione e sperimentazione di sé rappresentata in queste 4 ore è stata sfruttata a pieno da ragazzi e ragazze, ma al contempo mi accompagna un senso di amarezza per il desiderio che siano state solo 4 ore.
Lo spazio, invece, sembra emergere nel mettere distanze con ciò che viene percepito come ignoto e sconosciuto: forse un nucleo di emozioni più faticose da attraversare e vivere, come tristezza, rabbia, paure e frustrazioni.

Spazio (e disgusto) usato, in quest’ultimo caso, come adattamento creativo, perché sembra mancare un luogo/contenitore relazionale per questi vissuti. Un’altra forma di esistenza più vitale di fronte alla mancanza di uno spazio sembra essere rappresentata dalla maggiore fluidità e liquidità del senso di sé: laddove si rischia di rimanere schiacciati e compressi, essere liquidi e morbidi risulta meno faticoso e più sopportabile.

La maschera: ciò che appare non è quello che è. In modo differente questo concetto è emerso in classi differenti e nei lavori di gruppo sottoforma di un volto allegro indossato per proteggersi. Proteggere sé stessi dalle valutazioni dell’altro, ma anche da ciò che potrebbe significare per sé stessi vivere e autenticare le proprie sensazioni ed emozioni; proteggere l’altro per non appesantirlo con i propri vissuti negativi, con le proprie bad vibes, per non disturbare la sensazione di chill. La percezione è che questa maschera porti con sé un peso palpabile: il rischio di dover essere, connesso a come ci presentiamo agli altri e a noi stessi, può rappresentare fatica, costrizione e rigidità.

La maschera è indossata con la consapevolezza che comunque non è abbastanza, ma aiuta (quasi fosse l’unica risorsa al momento) a coprire/nascondere la frammentazione e l’incompletezza. Aiuta ad omologarsi, movimento utile nell’entrare in un gruppo e sentirsene parte. Permette, inoltre, di negoziare la propria identità tra individualità e sfera sociale senza esporsi eccessivamente ad ansie e frustrazioni, anche se a volte queste ultime sfuggono al controllo o, per via del peso eccessivo della maschera, strabordano dai confini, come macchie di colore che, pressate, si spalmano e si espandono.

Corporeità e sensorialità: Ragazzi e ragazze hanno creato cartelloni sfruttando in modi differenti i materiali a disposizione, compiendo scelte estetiche guidate anche dalla dimensione sensoriale del tatto (cotonelegnospugnacavicolla …). Il tocco-contatto fisico è emerso anche nel raggiungere l’altro durante i lavori di gruppo, in modi differenti: dalla morbidezza di un abbraccio, all’aggressività anche violenta di schiaffi, spintoni, arrivando al taglio di capelli.

Avverto un desiderio di maggiore corporeità: di avere una presenza fisica differente da quella sperimentata all’interno del contesto scolastico, forse troppo cognitiva e orientata ai contenuti.
La cura che i partecipanti hanno della propria presenza corporea, l’esperienza che fanno della corporeità dell’altro, può essere una risorsa quando vissuta con curiosità, esplorazione e interesse.

Il Continuum tra desiderio di autonomia e richiesta di supporto: Se l’adolescenza rappresenta un momento in cui l’individuazione e la differenziazione, la ricerca e definizione di sé, sono temi cruciali, lavorando nelle classi abbiamo notato come accanto a queste caratteristiche ne emergano altre. Abbiamo osservato la presenza di ricerca di supporto e di guida: “vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa e come fare”. La richiesta di aiuto non è diretta, sembra essere più una delega implicita alle figure adulte (genitori e insegnanti). Come figure adulte nelle classi abbiamo avvertito la necessità di intervenire quando le consegne potevano essere poco chiare, accorgendoci della difficoltà del chiedere direttamente aiuto e al contempo di stare all’interno di un banco di nebbia, fumoso e indefinito della propria identità, sospesa nell’interrogativo (e possibilità) posso essere una persona che chiede aiuto e al contempo essere una persona indipendente?

Stare in questa non-definizione non è roba da poco. Innanzitutto denota la capacità di differenziarsi e l’acquisizione di maggiore flessibilità, oltre che la capacità di aggredire ciò che a volte viene dato per scontato e viene preso per definito. Mi accorgo, da adulto, che può essere facile perdersi il processo di crescita e sviluppo che fluisce in profondità.

Il Doppio: mentre scrivo e rileggo noto che molti dei temi emersi hanno a che fare con un’apparente polarizzazione dell’esperienza. Questo dualismo si inserisce nell’esperienza adolescenziale come qualità cardinale, portando nella relazione ambivalenza, ambiguità e incertezza, sensazioni che occorre saper attraversare per differenziarsi e ridefinire la propria identità.

Gli adolescenti che abbiamo incontrato sembrano avere qualità e competenze che permettono loro di navigare tra poli anche in antitesi tra loro, sono capaci di stare nei paradossi, mentre dal mondo adulto/istituzionale giungono più volte delle richieste di “prendere una posizione” circa la propria identità attuale e futura: cosa vuoi fare da grande? Hai 17 anni, devi scegliere l’università! Vorrai mica avere un lavoro poco pagato?

Conclusioni

I partecipanti ai laboratori creativi ci hanno dimostrato di sapersi autoregolare nel vivere la propria esperienza, con la loro creatività, capacità di riflessione su di sé, leggerezza e nel loro sapersi proteggere sia in gruppo che come individui singoli.
Ciò che resta è un po’ di fame di esperienza, di volerne ancora – ci sarete anche il prossimo anno? – di questo spazio per dialogare ed esprimersi senza giudizio.
Penso a ragazzi e ragazze non visti, poco valorizzati in quello che li caratterizza, recettori di un messaggio che sembra dare dignità esclusivamente a caratteristiche desiderabili per l’altro da sé, mentre un “vai bene così come sei” appare tanto utopico quanto un atto di fede, forse per il sentimento di solitudine per il quale, anche se in classe, anche se in gruppo, per molti di essi l’esperienza è quella di essere più un isola in mezzo all’oceano, che un arcipelago.

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