Nel corso della vita mi sono trovato a cambiare casa, per un motivo o per l’altro, numerose volte. Ora che ci penso, il conteggio dovrebbe essere arrivato a otto o nove, non ricordo bene, ma rammento che tra i nove e i vent’anni mi sono trasferito circa cinque volte, più o meno ogni due anni e mezzo.
Elemento comune in tutto ciò è stato di certo il cambiamento e il rapporto con esso. Benché ci trovassimo sempre nella stessa città, o nelle immediate vicinanze ad essa, la nostra famiglia ha dovuto adattarsi, così come hanno fatto i mobili e soprammobili che portavamo con noi, alle nuove abitazioni. E così era un costante rinnovarsi, e un po’ perdersi, ad ogni nuova tappa. Nuovo vicinato, nuove strade da percorrere, nuovi compromessi.
Questo è quello che pensavo fino a qualche anno fa, quando mi sono trasferito nella casa da cui scrivo questo breve articolo, in cui ho iniziato a percepire un mio atteggiamento differente di fronte a ciò che solitamente consideriamo altro da noi.
Con Abitare il proprio spazio intendo la relazione concreta che come persona, o come gruppo di individui, intercorre con l’ambiente circostante. Il nostro esistere in un luogo, il nostro esserci è un costante scambio in relazione con il luogo stesso; è così che ci si può ritrovare, mentre si visita una casa di qualche amico per la prima volta, a dire “questa casa è proprio la tua”, quasi come se l’identità della persona andasse a dipingere le pareti o contribuisse ad arredare lo spazio, quasi come se fosse difficile distinguere un confine tra cioè che è l’abitazione e ciò che è la persona. Ora, provate questo breve esperimento di tipo valutativo: osservate la vostra stanza (ovunque voi siate) e pensate quanto mi sento rappresentato (o rappresentata) da questo luogo? Quanto è forte la mia relazione con questa stanza?
Se vi trovate in casa, in ufficio o nel vostro studio, probabilmente troverete alcuni elementi che parlano di voi, scelte e decisioni che si sono tradotte in un mobile posizionato in un certo modo, un soprammobile, una decorazione o un colore che richiama un’azione e un’intenzione che in quella stanza prende luogo; la stessa disposizione degli oggetti potrebbe indicarvi come quello spazio viene abitato.
Quindi, sono le persone che plasmano l’ambiente in cui vivono? Sni.
Allora sono i contesti in cui viviamo che ci influenzano! Anche.
In merito a questo, trovo più semplice fare riferimento al concetto di organismo e ambiente come elementi indissolubilmente interconnessi (che devo alla vicinanza che sento con la teoria della Psicoterapia della Gestalt), in costante relazione tra loro, rispetto alla posizione dicotomica di organismo e ambiente come entità separate in cui il primo influenza il secondo determinandone le qualità/l’esistenza, o viceversa.

Proviamo a calare questa suggestione teorica in una dimensione più pratica che tutti noi conosciamo.
Il lavoro inteso come sistema di rapporti-dinamiche, è uno dei domini in cui si dispiega l’attività dell’uomo, e come tale penso sia possibile abitarlo ed essere abitato allo stesso modo in cui ognuno di noi è in relazione con la propria dimora.
Si potrebbe scrivere un volume intero, ma per una rapida lettura potrebbe essere eccessivo; mi limiterò quindi ad un esempio che potrebbe sovrapporsi alla dinamica del trasloco: il cambiamento lavorativo.
Un luogo comune, una frase fin troppo abituale e ripetuta allo sfinimento è: sai quello che lasci ma non quello che trovi
In questa frase mi sembra di cogliere quella netta separazione tra l’uomo e ciò che lo circonda, come se il lavoratore fosse altro (inteso come nettamente distinto) rispetto al contesto in cui lavora. Se è vero che abbiamo una certa familiarità con il nostro ambiente lavorativo (conosciamo i colleghi, percepiamo il clima, partecipiamo ai rituali quotidiani e alla vita organizzativa), è anche corretto supporre che il nostro “essere lì” e il nostro “stare con” quel contesto contribuisce creativamente all’ambiente lavorativo stesso, si fonde e si confonde (almeno alla nostra capacità di osservazione) con esso.
Non siamo semplici spettatori sul luogo di lavoro, ma organismi attivamente in relazione, con il nostro bagaglio di competenze, vissuti individuali, e con tutto ciò che è altro. Il contesto in cui lavoriamo vive della nostra presenza e trovo che non sia così azzardato ipotizzare che l’ambiente lavorativo che conosciamo e siamo abituati a percepire come realtà esterna separata da noi, non esisterebbe affatto senza il nostro esserci. Certo quest’ultima frase ricorda vagamente il quesito di Berkeley: Se un albero cade nella foresta e nessuno è lì e può ascoltarlo, questo farà realmente rumore?
A questo punto, provare a pensare a cosa troverò successivamente ad un cambiamento lavorativo sembra essere più una trappola mentale, un tentativo di portare l’acqua al mulino delle resistenze al cambiamento: “resta qui! Dove pensi di andare?”.
Di fronte all’incertezza dichiarata dalla frase non sai quello che trovi è possibile rispondere con la consapevolezza data da come ci relazioniamo con, e abitiamo, l’ambiente in cui siamo immersi; come le nostre competenze trovano spazio, espressione e crescita nel nostro ruolo e nel gruppo in cui siamo inseriti, come ci sentiamo all’interno di certe dinamiche (con colleghi, superiori, persone esterne all’organizzazione).
Dunque, non è tanto una questione di cosa troverò, ma di chi. Perché il cambiamento richiede il coraggio e la consapevolezza di trasformarsi in una persona nuova, coscienti che, in qualsiasi ambiente verremo calati, potremo contare sulle competenze e capacità acquisite nel tempo. Queste ultime non sono statiche; come noi e l’ambiente in cui ci muoviamo mutano favorendo l’innovazione dell’intero sistema in cui siamo immersi.
Allora buon cambiamento a tutti coloro che vorranno trovarsi di nuovo!


